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Contributo RdB CUB Immigrati Roma all'Assemblea nazionale CUB


Roma – mercoledì, 20 maggio 2009

Poter trattare le tematiche sull’immigrazione in ambito meramente sindacale, senza sconfinare in contesti propriamente politici, sarebbe  un esercizio di inutile ipocrisia.


Il “problema” creato dalla presenta degli immigrati in Italia, impegna la società intera, sia nelle componenti strutturali, che, conseguentemente, in quelle sovrastrutturali.


Va comunque premesso, che evidenziare la “problematicità” insita nell’evento migratorio, non significa considerarlo come elemento da risolvere, ma, piuttosto, da decifrare e chiarire, onde sviluppare interventi consoni alle nuove peculiarità sociali.


Vorremmo, innanzitutto, citare una frase di R. Luxemburg, tratta da “L’accumulazione del capitale”: “..la tendenza del  capitalismo all'espansione costituisce l'elemento più importante, il tratto notevole dell'evoluzione moderna; in effetti, l'espansione accompagna tutta la carriera storica del capitale, essa ha preso nella sua attuale fase finale, l'imperialismo, un'energia così impetuosa che mette in discussione tutta l'esistenza civilizzata dell'umanità”.


L’imperialismo moderno, non più colonialista, si è sempre più “specializzato” come processo al servizio del capitale, il quale, a sua volta, basa la propria sopravvivenza esclusivamente sullo sfruttamento politico-economico, a cui necessita, utilizzando le risorse dei paesi su cui impera, l’espansione e la crescita continue. Alla colonizzazione, si preferisce una diversa penetrazione nei territori, attraverso le armi del mercato capitalista ( investimenti, società globalizzate, delocalizzazione in paesi più poveri ). Contrariamente alle braccia immigrate, il capitale, nonostante sia portatore di immense illegalità, non subirà nessuna “direttiva di rimpatrio”.


Il capitalismo, attraverso l’imperialismo, mostra tutta la sua capacità di controllare e manovrare economie di interi paesi ed espropriarne le ricchezze, manifestando una crescita esponenziale, la quale, tuttavia, restringe i campi d’intervento, facendo confliggere gli attori interessati alla spartizione economica della Terra. Non solo: l’”energia così impetuosa, che mette in discussione tutta l’esistenza civilizzata dell’umanità”, con la sua incontrollabile crescita, mette in serio pericolo la vita stessa del/sul pianeta. I disastri ecologici, le mutazioni climatiche estreme, la deforestazione, la desertificazione, la “crisi alimentare”, coinvolgono sempre più vaste aree; la competitività fra stati capitalisti, la ricerca forsennata del profitto, la pauperizzazione di interi territori e popolazioni,  produce un’ irreparabile distruzione ambientale.  


La clandestinità è figlia legittima, ma ripudiata, di tali connubi.


Indubbiamente, e chi può negarlo, l’arrivo dell’altro, sconvolge una serie di certezze e sicurezze che ritenevamo ormai acquisite, provocando, anche fra di noi, almeno intimamente, un sentimento di “irritazione” ( ammetterlo pubblicamente, sarebbe politically incorrect ). Riteniamo, comunque, che analizzare la materia in un’ottica meno viscerale, possa aiutare a comprendere alcune dinamiche che ci vedono protagonisti come cittadini e come militanti sindacali ( alcuni, anche politicamente impegnati ).


Il clandestino, prima rapinato nel suo habitat, rischia la vita per raggiungere i suoi predatori, che decideranno, come nei luoghi natii, della sua nuova esistenza. Il clandestino, reifica così, la cattiva coscienza di noi “fortunati” cittadini, sempre più alienati verso noi stessi ed il mondo. Cittadini elemosinanti diritti, ma attaccati ad effimeri privilegi, inconsapevoli di essere ingranaggio interscambiabile, qualora non fossimo più utili; un vecchio, duraturo, ma sempre valido giochetto: l’intenzione di costituire categorie privilegiate di lavoratori ( gli autoctoni ), avverso la massa di tutti gli altri, spingendoli persino a parteggiare per fazioni, “sinistre” o “destre”, della borghesia capitalista.

 



Inizieremo, quindi, da un assunto ben preciso: nel sistema capitalista, il razzismo è parte integrante, quantomeno, come strumento per la divisione di classe fra i lavoratori. Non dobbiamo farci fuorviare da certe prese di posizione di settori liberisti favorevoli ad una società multietnica: per loro, i rapporti di forza ed i poteri vigenti devono restare tali, ed è loro convenienza la discordia fra razze o religioni, affinché possano ottenere il maggior profitto da una forza lavoro divisa. Il capitale, oltre a depredare economicamente e devastare ecologicamente le terre dei migranti, li utilizza anche per sopprimere le conquiste dei lavoratori autoctoni, già depauperizzati attraverso la compressione salariale, la negazione dei servizi primari, l’elemosina di quello che L. Vasapollo chiamò il welfare dei miserabili e la deregolamentazione del mercato del lavoro. Dall’altra parte, si criminalizza lo straniero tramite l’implementazione di leggi securitarie, lo si ricatta con il permesso di soggiorno a termine e gli si rende la vita sempre più precaria, anche rendendo difficili i ricongiungimenti familiari, prodromici ad una stabilità affettiva, e di conseguenza, sociale. Non ci si illuda, non esiste una “borghesia illuminata”: il potere, quale esso sia, è ben consapevole della sua appartenenza di classe, più di coloro i quali aspirano ad emularla. E su queste aspirazioni, il capitale, per mantenere il suo dominio, ha sempre avuto facile gioco, provocando divisioni, contrapposizioni e spaccature fra stranieri ed autoctoni, rendendo il mercato del lavoro debole, frastagliato e precario. Non dobbiamo poi dimenticare l’altra faccia di questa “borghesia illuminata”, che si manifesta allorquando si percepisce in pericolo nei rapporti di forza. E’ in questi frangenti, e la storia ce lo insegna, che interviene il terrore dello Stato, attraverso campagne di sicurezza ed utilizzando i suoi alleati di sempre, i fascisti, braccio armato per  spedizioni razziste e xenofobe, a cui, purtroppo, si accodano i cittadini e lavoratori, inconsapevoli della loro strumentalizzazione ed appagati nelle loro frustrazioni, per aver individuato il nemico dei loro malesseri sociali.


Però, la nostra analisi, sarebbe incompleta se non tenesse conto degli errori, delle complicità, delle inanità di certi settori del sindacato concertativo ( anzi, cogestente ) e della sinistra cosiddetta radicale trasformati in strumenti del “pensiero unico”, confondendo, artatamente, gli interessi dei lavoratori, con quello dei padroni. Per anni, sfruttando lo spettro della destra e la logica del male minore, hanno castrato le lotte dei lavoratori, imponendo una sorta di “fronte popolare”, che ha provocato l’arretramento delle conquiste avute con decenni di lotte. Non possiamo dimenticare certi accordi sindacato-governo, i patti per la sicurezza, la partecipazione a compagini governative e la permanenza nelle giunte degli enti locali, non propriamente all’avanguardia in fatto di ordinanze repressive. Non si possono dimenticare né la Turco-Napolitano, né il pacchetto Treu; non si può dimenticare né l’aggressione alla ex Jugoslavia, né il rifinanziamento alle missioni di guerra. Non possiamo dimenticare la condivisione, la collusione, la compromissione con governi che hanno attaccato le pensioni, hanno privatizzato, esternalizzato e liberalizzato il mercato del lavoro…. E qui ci fermiamo.


Per quanto le campagne mediatiche affermino il contrario, è ormai chiaro che il maggior flusso migratorio nel nostro paese, non avviene per via mare. Questo é quello che vogliono farci credere, perché l’impatto di un barcone colmo di diseredati, rende l’idea di un’invasione, di un attacco alla civiltà occidentale (  ricordate gli albanesi ammassati negli stadi-lager? ), tramite individui arrivati per delinquere e terrorizzare. Il contrasto a questi arrivi, passa attraverso accordi bilaterali con paesi antidemocratici ed investendo il 60% di fondi UE per l’immigrazione per controllare flussi e  frontiere ( un breve inciso: la mappatura satellitare del pianeta, militare e commerciale, consente il monitoraggio completo del globo terrestre. Le risoluzioni ottiche possono arrivare fino a dieci centimetri, <<  permettendo di descrivere un veicolo e l’agglomerato di 2 o 3 persone>> ).


Paradossalmente però, l’immigrato “clandestino”, figlio del capitale imperialista, è utile all’economia ( ed ai profitti privati dovuti all’evasione fiscale ), quanto quello regolare: basti considerare l’enorme massa di merci immessa sul mercato ambulante, che viene garantita dall’approvvigionamento di piccoli e medi imprenditori e da commercianti, un mercato, spesso controllato dalla criminalità organizzata, che in alcune zone, diviene unico datore di lavoro; oppure il lavoro nei campi, dove la fuga del lavoratore agricolo italiano è stata massicciamente compensata dal lavoratore in nero immigrato; o il lavoro delle “badanti”, che sopperisce alla carenza dello stato.

 




Non potremmo mai comprendere i processi migratori, se non li considerassimo parte integrante della storia della lotta di classe e della difesa dei diritti sociali e lavorativi; non tener conto che l’immigrazione è la connessione fra imperialismo ( rapinatore ) e capitalismo ( sfruttatore ) potrebbe diventare un limite per l’intervento politico e sindacale.


Non vogliamo reiterare affermazioni, che speriamo, ormai fanno parte del nostro patrimonio, ma occorre comunque sottolineare, che la scelta fra partire o perire, ha provocato un nuovo assetto nelle società di arrivo, dove una sostanziale fetta di lavoratori si è insediata in tutti i settori produttivi, in un mercato del lavoro già precario, e dove i diritti sono ridotti al lumicino.


Naturalmente, come già ribadito, tale situazione non è stata indolore, provocando l’implementazione di nuove e più efficienti politiche repressive ( efficaci anche per un controllo sociale generalizzato ), un mercato del lavoro ancora più destrutturato, la trasformazione di porzioni di città in ghetti, la divisione fra le comunità di immigrati, fra irregolari e non, fra stranieri ed autoctoni, esasperando artatamente episodi razzisti e xenofobi, coinvolgenti una larga fetta del proletariato urbano, fomentato dalla destra fascista e leghista, oltre l’assenza di una reale opposizione che, quando al potere, ha mostrato la sua vera identità: perpetuarsi.


Dobbiamo però, riconoscere con obiettività e franchezza, le oggettive carenze che il sindacato di base ha manifestato nel corso degli anni nel dare la giusta rilevanza al problema immigrazione: l’offerta di servizi assistenziali, non ha apportato una reale crescita reciproca, impedendo che fosse restituita al migrante la giusta valenza nel contesto sociale, come lavoratore e cittadino privo di diritti.


Vogliamo brevemente considerare, che nel 1978 ( 31 anni fa! ), in una ricerca del Censis titolata “ In Italia il capolinea della speranza”, si dichiarava che per il nostro paese “abituato a veder partire manodopera un po' per tutte le direzioni, la scoperta di questi arrivi, l'accorgersi ogni giorno di più che non si tratta di fenomeni "esotici", ma di presenza continua, massiccia, inevitabile, sta diventando una esperienza traumatica"; inoltre, la ricerca offriva indicazioni anche rispetto gli sbocchi occupazionali dei migranti e della loro condizione di sfruttati nell’ambito del mercato del lavoro ed asseriva come la stampa giudicava la presenza degli immigrati: << complementare e non alternativa e concorrenziale rispetto alla manodopera nazionale >>.  


Già allora, come oggi, veniva affermato che il ricorso alla manodopera straniera, era dovuto alla indisponibilità degli autoctoni a svolgere mansioni inferiori, ma ci si dimenticava di evidenziare come la precarizzazione e lo sfruttamento, difficilmente riescono ad offrire garanzie per un minimo livello di sussistenza che consenta la riproducibilità della forza lavoro, inducendo i nativi alla ricerca di migliori soluzioni. Avverso tali dinamiche, il capitale si rivolge alla riserva immigrata, ricattata, precaria, criminalizzata e disponibile a vendersi per salari infimi. Citiamo ciò, per evidenziare, come i prodromi ci fossero tutti, per poter operare diversamente. Ma poi venne la Lega ed i suoi epigoni e… Berlusconi, che ci hanno imposto altri livelli di scontro.

 



Sicuramente c’è stata sottovalutazione, incomprensione, scarsa capacità organizzativa, rispetto “un movimento, che abolisce lo stato di cose presente”, tanto da non consentirci di giocare un ruolo primario nel dirimere le contraddizioni insite nel movimento dei lavoratori. La visione localistica e settoriale è stata un altro elemento, che non ci ha consentito di cogliere come il mercato del lavoro possegga dinamiche internazionali e come il capitale venga inseguito dalla forza lavoro, laddove essa possa essere utilizzata, anche se sfruttata.


Nell’ultimo trentennio, mentre si svolgevano riunioni, assemblee, coordinamenti, spesso autoreferenziali, o si protestava in cortei sound system, il capitale ha continuato ad arricchirsi, la politica a legiferare ed una pletora di associazioni a lucrare sui bisogni degli stranieri, mentre i lavoratori ed il proletariato urbano si facevano intolleranti e leghisti.


Per anni si è invocato il riconoscimento dei diritti umani, si è supplicata l’abolizione di leggi razziste e di direttive repressive, come se il potere da una parte e la società dall’altra ( prodotto del liberismo e “nuovi modi di fare politica” ), fossero più interessate ad una sorta di cristianesimo sociale, piuttosto che, l’uno, a difendere i propri privilegi e, l’altra, a tentare di sopravvivere; dimenticando che nessuna concessione è stata mai riconosciuta dal capitale ( che non è né buono, né cattivo ), se non a costo di sacrifici e dure lotte, subordinate all’autocoscienza della propria appartenenza di classe, anche se rivisitata nell’ambito delle date dinamiche sociali. Lamentose litanie contro un potere” repressivo” e” perfido”, poco attento alle esigenze dei cittadini ed ai diritti di cittadinanza, non ha fatto evolvere di un millimetro le richieste “venute dal basso”. Da una parte occorre uscire dalle dinamiche paternalistiche ed assistenzialiste, dall’altra, necessita abiurare alcune sindromi alla “zio Tom” ( condizione servile verso il “padrone buono” da cui si è accolti ) o evitare la sedimentazione nello status di perenne perseguitato, pena l’impossibilità a prendere coscienza per l’autonoma conquista dei propri diritti.


Ritengo non sia più tempo di ipocrite lezioni di “civismo”, di illusori appelli a favore di una presunta legalità, di vuote parole sull’inclusione, che poi sottendono assimilazione.


Quando ci si oppone ad un divieto, ad una ordinanza, ad una direttiva emanata dal potere, è sicuro, che qualche manganellata ci scappa, inutile piangere se ci si ribella giustamente all’autorità. Il problema reale, è trovare il modo ed avere la capacità di evitare la possibilità di essere manganellati, impedendo cioè, che vengano poste in essere le condizioni affinché  accada.

 



Nel documento preparatorio all’Assemblea, che approviamo in toto, si afferma  che serve << ….un sindacato nuovo, capace di stare al livello delle sfide che le trasformazioni sociali e la crisi ci propongono, che accetta anche di confrontarsi con la risultante della trasformazione sociale…..un sindacato capace anche di strutturare il suo intervento nei territori, in particolare in quelli metropolitani, per fornire organizzazione laddove è richiesta da quei soggetti che non hanno o non hanno più il luogo di lavoro come ambito principale del confronto e dell’aggregazione….>>.


Naturalmente, la nascita di un “sindacato metropolitano”, non significherà la chiusura degli sportelli dedicati ai cittadini immigrati ( di supporto legale ed amministrativo ), né tantomeno l’implementazione di un sindacato d’immigrati ( che, ove sarà possibile, potranno tesserarsi in ambito categoriale ). Piuttosto, sarà il luogo dove poter organizzare nuove forme di lotta, che vedano coinvolti disoccupati e marginalizzati, occupati ed immigrati, al fine di elevarne la coscienza politica e sindacale; reificare la solidarietà di classe, spiegare che lottare per i diritti degli immigrati e per una loro migliore condizione lavorativa è utile al superamento dello sfruttamento per tutti i lavoratori e che il razzismo non è altro che un’arma usata dal capitale per dividere, ed aumentare la concorrenza al ribasso fra i “produttori di plusvalore” e non.


Fino a che non riusciremo a far comprendere quanto detto in precedenza, fin tanto che non riusciremo ad accomunare la lotta al capitale e la lotta contro la comune precarietà delle esistenze e contro il razzismo, ben poco potremo per decidere del nostro  futuro collettivo.

 
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare di rafforzare l’idea, che il sindacato debba far fronte comune con le altre organizzazioni del sindacalismo di base, anche a livello internazionale, affinché  l’omogeneità delle lotte abbia valenza universale. E’ fondamentale, oggi, riconoscere il vero comune nemico, che non è l’appartenenza ad una diversa “etnia” od alterità, ma quel “pensiero unico” che devasta le menti ed altera i comportamenti, privatizzando anche le coscienze.
Occorre riaffermare, che milioni di individui, quotidianamente, vengono spogliati dei loro diritti a causa delle rapine procurate dal capitale, quale sia la nazionalità ed il contesto. Ci vengono offerte delle enormi possibilità: l’unificazione e l’internazionalizzazione delle lotte può partire dai nostri territori meticci. Questa, può diventare la vera globalizzazione.

 



Una breve digressione sul territorio romano.


Secondo il Rapporto Caritas 2008, gli stranieri residenti nella provincia di Roma sono oltre 400mila e vivono per la maggior parte nella capitale, ma e' negli altri comuni che si registrano i tassi più alti di crescita. Gli stranieri presenti sul territorio della provincia provengono da tutte le parti del mondo: i più numerosi sono romeni, quasi un terzo del totale, seguiti da filippini, albanesi, marocchini e cinesi. Complessivamente la provincia di Roma catalizza l'82,3% del totale regionale e il 9,4% di quello nazionale, confermandosi uno tra i principali poli di attrazione dell'immigrazione italiana. La città di Roma conta 276mila stranieri. Dal punto di vista economico, "i lavoratori stranieri incidono per l'8,7% sull'occupazione complessiva (due punti in più rispetto alla media nazionale) con uno straordinario tasso di attività (75,1%)". La maggior parte di loro e' impiegata nel settore dei servizi, del commercio e dell'edilizia, con alcune differenze tra i diversi gruppi culturali. Infatti, se marocchini, cinesi e bangladesi sembrano più dediti al commercio, romeni, polacchi, moldavi e albanesi sembrano prediligere le costruzioni.  


Una ricerca INPS, ha invece evidenziato come a Roma la differenza retributiva fra autoctoni ed immigrati possa arrivare fino a 10 mila euro l’anno.
I lavoratori immigrati sono occupati nel lavoro domestico e di cura, nell’edilizia, nei servizi, nel commercio e nella ristorazione, ma l’impiego di immigrati a Roma si riscontra anche, in maniera significativa, in molte altre attività del terziario. In questo caso vi è una tale varietà di attività e di forme di lavoro che è difficile farne una descrizione organica.


Nel tessuto romano sono presenti decine di associazioni, alcune storiche, altre create ad hoc, che intervengono nel contesto immigratorio. Da tale frastagliamento, spesso, deriva un business dell’immigrazione, che vede coinvolti gli stessi Enti locali, i quali elargiscono fondi per progetti ed iniziative, utili solo a livello mediatico o per favorire i soliti noti.


Non vanno poi dimenticate le varie associazioni d’immigrati, comunità, comitati, raggruppamenti indefiniti e settori del movimento, oltre naturalmente le organizzazioni sindacali.


Come si può comprendere, le difficoltà d’intervento, considerata la peculiarità del contesto socio-economico e politico, sono enormi ed è l’immigrato il primo ad avere le idee confuse, incapace a recepire le dinamiche di una politica “a geometrie variabili”, coccolato nelle campagne elettorali, dimenticato al loro termine. Per non parlare delle varie “campagne per…”, “reti contro…”, “comitati a favore…”, che fioriscono ad ogni starnuto di governo e che purtroppo non spostano di un millimetro l’opinione pubblica: basta andare nei mercati, nei bar, nei quartieri popolari o leggersi alcuni blog inseriti nei quotidiani on-line.

Intendiamoci: non si mette in dubbio la sincerità di chi vi opera ( salvo qualche personaggio trombato politicamente, che cerca nuovi contenitori in cui riciclarsi ), ma non vorremmo, che lunghi ed estenuanti dibattiti, rituali presidi e manifestazioni periodiche, narcotizzino ed  intorpidiscano potenziali di lotta, esasperando e deludendo le attese.  


Non sarà un compito facile, quello che ci attende. Molto dipenderà dall’impegno dei compagni, che dovranno adeguarsi ad un nuovo modo di fare sindacato.

Ancor di più, dipenderà dalle categorie di settore, che dovranno essere in grado di intercettare i bisogni dei lavoratori immigrati. Ci vengono in mente i compagni del commercio nella grande distribuzione e quelli della sanità, i quali hanno l’opportunità di contattare i lavoratori che operano nelle cooperative di pulizie e facchinaggio, oppure i compagni dell’ASIA, che potrebbero interloquire con eventuali stranieri presenti nelle occupazioni; ma una valenza maggiore dovrebbe averla il sindacalismo metropolitano, grazie alla diffusione sui territori, che potrebbe essere in grado di lavorare al ricompattamento di classe, attraverso la mobilitazione per gli obiettivi comuni e promuovendo un’organizzazione autonoma in ogni quartiere popolare ( che non divenga sacrari aut referente ), dove il disagio dei  marginalizzati è quanto mai reale.


Per concludere, riprendiamo le affermazioni iniziali: non siamo particolarmente affascinati dalla ricerca di soluzioni per uscire dalla crisi, che utilizzando argomenti a difesa dei lavoratori,  subdolamente, mirano a mantenere  privilegi acquisiti e lo satus quo. Un’ulteriore spallata al sistema, dovrebbe rappresentare un imperativo per tutti gli anticapitalisti, affinché muti l’ambito strutturale ( modo di produzione ) dell’attuale società, da cui possano scaturire nuovi elementi sovrastrutturali ( culturali, giuridiche, politiche…. ).

 

Luciano Di Gregorio - RdB-CUB  IMMIGRATI  ROMA

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