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ALCOA IL PARASSITA

In allegato il volantino


Venezia – giovedì, 03 dicembre 2009

LA RABBIA DEI LAVORATORI ALCOA, ARRIVATA PRIMA IN REGIONE VENETO E POI, GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE, TRASFERITASI A ROMA PER  CONVINCERE IL GOVERNO A INTERVENIRE RIPRESENTA UNO SCENARIO GIA' VISTO.



I lavoratori degli impianti Alcoa di Portovesme e Porto Marghera, ancora una volta, stanno lottando per difendere i loro posti di lavoro, in quanto l'azienda ha minacciato di spegnere e chiudere i forni.



Purtroppo è una storia già vista negli anni passati. Prima, il settore era in capo alle Partecipazioni Statali; alla Mcs finanziaria dell'Efim. Poi nel 96 l’allora Alumix è stata acquistata da Alcoa a prezzo stracciato e, solo a P. Marghera, dei 1701 lavoratori occupati ne sono rimasti 420.



Eppure, non è un caso di “azienda in crisi”: è l’ennesimo caso di multinazionale che viene qui ad attaccarsi alla mammella dello Stato.  Già: perché era lo Stato, cioè noi, a pagare una parte degli enormi consumi elettrici di Alcoa. La terza industria di alluminio al mondo, una delle più grandi industrie della Terra, che vuole farsi pagare la bolletta elettrica da Pantalone, con il probabile ricatto occupazionale.



Occorre chiederci perchè si è arrivato a tanto e il ruolo della politica in tutti questi anni, del perchè dei vari passaggi di proprietà e di chi sono le responsabilità per aver “regalato” all'Alcoa il settore dell'alluminio.



La UE ha detto basta a questo andazzo, e Alcoa, che non può più mantenere il proprio business coi soldi pubblici, minaccia di chiudere.



Ma Alcoa non è solo l’ennesimo parassita è anche una società senza scrupoli che ci usa e getta senza ritegno, dopo averci abbondantemente messo le mani in tasca perché “L’industria sia competitiva”. E lo crediamo che è competitiva, visto che sino ad oggi l’abbiamo sovvenzionata con gli aiuti statali, provenienti dalle tasse che versiamo. Nessuno si è chiesto quale interesse avesse l'Alcoa a produrre alluminio in Italia, lei che conosce molto bene i costi energetici per produrlo. Forse a questa multinazionale americana serviva produrre in Europa per inserirsi nel mercato difficile da raggiungere dalla sede in America. Ora raggiunto l'obbiettivo di inserimento nel mercato può ricattare il Governo utilizzando la rabbia dei lavoratori per avere ulteriori benefici sui costi energetici.  



Per il momento la cassa integrazione è stata sospesa, la chiusura delle fabbriche non è avvenuta ma .... ora cosa succederà? Il governo cosa farà? Si limiterà a continuare a pagare le bollette, cosa che l’UE ha proibito?

Abbandonerà all’Alcoa la parzialissima restituzione del maltolto, come sentenziato dall’Europa, ovvero circa 300 milioni di euro?


Ma si, abboniamoglielo cosi tengono aperto qualche altro mese per prenderci in giro meglio tutti.



Si promuovono, giustamente, manifestazioni indignate sotto i palazzi della politica e del Governo locale e nazionale ma per chiedere e cercare di ottenere che non si ripeta quanto già accaduto con il gruppo svizzero, allora proprietario di Sava Alluminio a P. Marghera, che adottò lo stesso ricatto per portare a casa profitti anche dagli impianti vecchi e decotti da 50 di sfruttamento.



Si rischia di rivivere il solito finale ... alla fine ci si cala ancora le braghe davanti a questi scrocconi rinviando accompagnando e assecondando con uno stillicidio di ammortizzatori sociali, che pagheremo sempre e solo noi, che porterà inesorabilmente allo smantellamento della realtà industriale di Marghera e  Portovesme.



Questa è la tragica situazione in cui ci si viene a trovare quando si cede a ignobili ricatti, quando “per stimolare gli investimenti dei padroni del vapore e delle multinazionali” ci si stende a tappetino. Questa multinazionale, come le altre venute a depredare a man bassa il nostro territorio, non doveva proprio poter operare, non a tali condizioni capestro.



Oggi le alternative che restano sono solo due: farci manganellare a forza perché non vogliamo tornare a casa, mentre Alcoa ci saluta e se ne va, o fare ciò che si dovrebbe fare quando i parassiti decidono di andarsene dopo aver spremuto il limone o pretendere un piano per il settore dell'alluminio in Italia, che risponda al fabbisogno del paese di questo prodotto. Se alla fine si arrivasse alla chiusura delle fabbriche di primario rimanente a Fusina e a Portovesme anche un chilo di alluminio dovrà essere importato e già oggi importiamo circa il 70% del fabbisogno nazionale, un minimo di autonomia produttiva per non essere assoggettati al ricatto sul prezzo del prodotto.

 



Oggi per recuperare i costi energetici occorre:

·    verticalizzare il prodotto, al fine di recuperare il costo dell'energia che serve al primario, producendo anche le seconde e terze lavorazioni e di semilavorati, come laminati, profili e corderie, che c'erano già e che sono state vendute, svendute e regalate, sia impianti e commerciale, a società private;

·    avere chiarezza, una volta per tutte, su quale futuro deve avere e vogliamo dare a questo settore. Forse è il caso di considerare l'opportunità di richiedere di statalizzare gli stabilimenti, tanto ce li siamo già comprati svariate volte, sia come lavoratori che con i sovvenzionamenti frutto delle nostre tasse.

Almeno i nostri soldi pubblici serviranno, anziché a riempire le tasche alle multinazionali sacerdotesse e mentori della globalizzazione,  a garantirci una produzione strategica per il nostro paese, a garantirci il nostro diritto al lavoro e alla dignità, a difendere e risanare il nostro territorio, depredato e avvelenato e poi abbandonato, i cui costi della “bonifica” rischiano di essere ancora una volta messi in capo alla collettività per poi essere pronto per la prossima speculazione imprenditoriale di questi “benefattori dell’umanità”.

 



Occorre:

·    porre un punto fermo alla pratica della spremitura del limone indirizzando la giusta protesta e la sacrosanta rivendicazione a salvare il loro posto di lavoro, unica risorsa di chi si guadagna onestamente da vivere, per impedire che ai 650.000 posti di lavoro persi nell'ultimo anno, di cui parla Draghi, non si aggiungano anche i lavoratori del settore dell’alluminio;

·    dire basta ad una politica fatta di un mero e rassegnato sciorinare di stime più o meno ottimiste, sul trend occupazionale, ad una gestione del lavoro fatta come semplice dato statistico in attesa della tanto profetizzata ripresa;

·    non farci più riempire la testa, fino a farla rintronare, da dichiarazioni sull’urgenza di reperire fondi, di non far scappare una spesa pubblica fuori controllo mentre stanno tagliando, tagliando e tagliando perfino sulle famose opere infrastrutturali mentre  qualcuno arriva ad affermare che siccome “C'è la crisi basta dare la caccia agli evasori”.

Non possiamo ridurci a protestare (sacrosantamente) perché nella finanziaria mancano i soldi per il bonus del fondo famiglia, non ci sono i soldi per il welfare di chi perde il lavoro … è una rivendicazione (sacrosanta per chi il lavoro l’ha già perso e non sa come mandare avanti la famiglia) puramente di sopravvivenza che alla fine però accetta e subisce come ineluttabile e fatalisticamente che la crisi la si debba pagare noi lavoratori.

 

NON C’E’ GLOBALIZZAZIONE CHE TENGA
IL LAVORO E’ UN DIRITTO
LA “FILIERA DELL’ALLUMINIO” DEVE RITORNARE PUBBLICA!!

Rss

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