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Rosarno e dintorni: contro il razzismo e la mafia

Dietro i fatti di Rosarno la mafia che, contenta, sogghigna.

RdB Calabria propone una manifestazione regionale a Rosarno, contro il razzismo e la mafia.


Nazionale – martedì, 12 gennaio 2010

Ora che le luci su Rosarno si stanno spegnendo, ora che gli immigrati, per il Governo nazionale, sono tornati ad essere solo un fastidioso problema da risolvere, come RdB riteniamo sia giunto il momento di fare una riflessione sui fatti dei giorni scorsi.

Finché stanno a spezzarsi la schiena sui campi, dove i boss mafiosi li costringono a lavorare quasi gratis, raccogliendo pomodori e vivendo in condizioni inumane dentro baracche cadenti e fatiscenti, in cui li confinano i “padroni”, va tutto bene. Ma se si azzardano a protestare, a ribellarsi, ecco che allora i benpensanti e coloro che hanno acquisito e accettato la cultura della paura verso il diverso, si scatenano.

La caccia all’immigrato dei giorni scorsi è una vergogna che ci preoccupa come uomini liberi e come calabresi.

Il ministro degli interni, poi, quasi aspettasse la scusa, non trova di meglio da fare che cogliere l’occasione per dire che bisogna alzare ulteriori paletti verso gli immigrati, non bastassero quelli già vigenti e non bastassero le condizioni in cui vengono costretti nei centri di “accoglienza”; ma tutto ciò non è secondo lui sufficiente, forse vorrebbe chiuderli nelle gabbie,

RdB, invece, condannando, ovviamente ogni eccesso che sfoci in violenza, sta al fianco dei lavoratori e ritiene che nelle gabbie bisogna rinchiudere questi nuovi schiavisti.

A Rosarno, città nella piana di Gioia e zona in cui la mafia la fa da padrona assoluta, alcune centinaia di cittadini, trovano più fastidiosi gli immigrati, che comunque producono ricchezza in condizioni di schiavitù, che la mafia stessa che strozza l’economia, crea la paura, quella vera, e rende impossibile qualsiasi attività economica se non è controllata direttamente da lei.

La Calabria che ha pagato in prima persona il dramma di milioni di corregionali costretti a lasciare la propria terra per raggiungere Paesi lontani che gli consentissero di guadagnare per sopravvivere, non può permettere adesso che la paura verso gli immigrati, indotta ad arte dai mezzi di comunicazione di massa, prenda il sopravvento.

Se poi tutto questo sta avvenendo per distrarre l’attenzione da altre situazioni che in questi ultimi giorni ci stanno vedendo protagonisti sui giornali e tv di mezzo mondo (attentato a Reggio Calabria, Porto di Gioia Tauro, ecc.), ecco allora che la preoccupazione è ancora maggiore

Non è improbabile, infatti, che la ‘Ndrangheta, che, a seguito dei risultati ottenuti nella lotta alla criminalità, ultimamente ha lanciato segnali forti e gravi contro lo Stato, cerchi di spostare l’attenzione e impegnare le istituzioni e le forze sane della nostra regione, su altri campi.

Ecco perché, come RdB riteniamo che occorra prendere coscienza che la paura si supera esclusivamente accettando e rispettando le culture diverse dalla nostra, bandendo ogni forma di  intolleranza e di chiusura verso gli altri.

Sappiamo perfettamente che Rosarno non è una città razzista e per questo ci piacerebbe che i cittadini di tutta la Calabria mescolandosi ai rosarnesi, si schierassero in una grande manifestazione regionale nella cittadina della piana, al fianco dei tanti immigrati, contro chi li sfrutta come schiavi e contro chi tratta da schiavi, e non da uomini liberi, anche tutti noi, attraverso il controllo totale delle nostre vite.

Ecco allora che occorre ribadire con forza il nostro NO alla Mafia e la nostra solidarietà ai lavoratori.

 

Federazione regionale Calabria RdB

 

 

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ROSARNO: SOUMAHORO (RDB), E’ IL FRUTTO DI UNA CONDIZIONE SCHIAVISTA

Roma – venerdì, 08 gennaio 2010 “I fatti di Rosarno sono soprattutto frutto di una condizione lavorativa schiavista, nella quale i lavoratori immigrati sono costretti a subire ogni tipo di umiliazione e vessazione”, afferma Aboubakar Soumahoro, responsabile Nazionale Immigrazione del sindacato RdB.
Continua Soumahoro: “L’introduzione del pacchetto sicurezza col reato di clandestinità e il contratto di soggiorno con la legge Bossi-Fini sono due facce della stessa medaglia che hanno, di fatto, alimentato e creato in alcuni casi una situazione di razzismo e odio sociale e lavorativo, e che tolgono ogni strumento di tutela sindacale e giuridica agli immigrati. Molti dei ragazzi sono inoltre richiedenti asilo, lavoratori licenziati per via della crisi in corso, che si ritrovano anche preda della criminalità organizzata e non”.
“La politica dell’essere cattivo con i clandestini, come sollecitato a suo tempo dal Ministro dell’Interno Maroni – conclude il responsabile RdB – dimostra il fallimento legislativo e la mancanza della cultura dell’inclusione, del rispetto dei diritti e delle diversità”.

RdB Immigrazione

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13 gennaio 2010 - La Repubblica

Garage e sottoscala diventano un business:
un prestanome firma il contratto, poi si rivende i posti-brandina
Quelle case d´inferno pagate a caro prezzo
Il mercato degli affitti per gli immigrati: tuguri di 40 metri a 450 euro al mese
di FRANCESCA RUSSI

Bari - Garage, sottoscala, solai e scantinati, veri e propri tuguri di trenta-quaranta metri quadri affittati per 450-500 euro al mese. Sotto lo stesso tetto vivono ammassati da otto a quindici tra donne, uomini e bambini. Tutti immigrati, spesso clandestini o in attesa del permesso di soggiorno. A prevalere sono contratti completamente in nero, in caso contrario il titolare è un prestanome, nella maggior parte dei casi un italiano o un connazionale con regolare permesso di soggiorno, che provvede a subaffittare un posto letto nelle grandi camerate.
Si tratta di stanzoni invasi dall´umidità, privi di finestre e servizi igienici. Dieci brandine sistemate l´una accanto all´altra per trascorrere la notte al riparo dal freddo e dai pericoli della strada. Per i migliaia di cingalesi, bengalesi, marocchini, tunisini, indiani, nigeriani e senegalesi residenti a Bari quel materasso vuol dire casa.
«Gli appartamenti assomigliano più a delle stalle che a delle abitazioni – denuncia Chouaib Chtiwi, marocchino, responsabile dello Sportello immigrati Rdb del capoluogo pugliese – gli stranieri vengono trattati come delle bestie». Sono 13mila in tutto i migranti che vivono a Bari, una stima però al ribasso che non riesce a conteggiare i tanti irregolari. Inquilini senza diritti, disseminati tra il quartiere Madonnella e il Libertà, le zone centrali meno costose e più multietniche, condividono gli alloggi indipendentemente dalla nazionalità. Abdul ha 21 anni, viene dal Bangladesh e vive in un locale in via Nicolai con altri tre bengalesi e cinque marocchini. Paga 65 euro ogni mese che divide con il fratello. Non è l´unico infatti a fare i turni per dormire: dalle 22 alle 4 del mattino c´è la prima fascia, per lo più chi lavora come ambulante o bracciante; dalle 4 alle 10 invece tocca al secondo turno, i lavoratori della notte come il fratello di Abdul che vende rose in giro per i pub e i bar della città.
«È difficile trovare baresi disposti ad affittare ad immigrati - accusano i militanti della Rete Antirazzista di Bari – da un lato prevale il razzismo, dall´altro l´assenza di garanzie economiche come la busta paga». Secondo un´indagine del Sunia nell´85 per cento dei casi il contratto non è registrato e i canoni sono maggiorati rispetto a quelli ordinari del 30–50 per cento con la giustificazione dei rischi che il proprietario corre ospitando irregolari. Un mercato sommerso che sfugge a ogni controllo e in cui proliferano i fenomeni di sovraffollamento per fronteggiare il caro-affitti.
In tanti così sono costretti ad adeguarsi alle condizioni e accettano di vivere in case inagibili, con allacci all´elettricità non a norma, senza riscaldamento né mobili e con muri che grondano acqua per l´umidità. «Eppure - si infervora Chouaib – ci sono migliaia di appartamenti sfitti a Bari. Ma noi immigrati non abbiamo accesso neanche alle case popolari. Mancano vere e proprie politiche abitative. Una idea sarebbe quella di utilizzare i beni sequestrati alla mafia per farne residenze per stranieri». Gli fa eco la comunità somala che ha occupato il Ferrhotel: «Questo territorio è pieno di strutture dismesse e non riutilizzate, spazi vuoti come la ex caserma Rossani e la scuola San Nicola a Barivecchia, un enorme patrimonio di immobili sfitti».
Dalla Regione Puglia arriva una prima risposta, il progetto Asia, agenzie di intermediazione abitativa che offriranno ai cittadini immigrati in situazioni di emergenza assistenza e supporto per l´accesso alla casa, tra le attività previste gruppi appartamento per adulti, piccoli nuclei in fitto e centri di pronta accoglienza.


13 gennaio 2010 - Libertà

Venerdì incontro su lavoro e immigrazione promosso da Rdb

Castelsangiovanni - (mm) Venerdì 15 gennaio a Castelsangiovanni la Federazione delle Rappresentanze sindacali di Base di Piacenza in collaborazione con quella lodigiana organizza un'assemblea pubblica che avrà per tema: "Lavoro e immigrazione". L'incontro si terrà a partire dalle ore 21 al centro culturale di via Mazzini 2. Interverranno all'assemblea Aboubarak Soumahoro, responsabile nazionale per il settore immigrazione Rdb Cub e responsabile del comitato immigrati in Italia, Giovanna Raffaglio, delegata Rdb Cub e responsabile dello sportello immigrati di Castelsangiovanni e Casalpusterlengo e Rafik Touil, referente per lo sportello immigrati di Castelsangiovanni.


12 gennaio 2010 - Liberazione

Riunioni in corso nei comitati, assemblea il 24 a Roma
Sciopero il 1° marzo: dal web alle associazioni, passando per i sindacati
di Stefano Galieni

«Siamo partite in 4, donne normali, impegnate nell'antirazzismo e nelle dinamiche dell'interculturalità.- racconta Stefania Ragusa - Quando è uscita l'iniziativa francese abbiamo pensato che i tempi fossero maturi anche in Italia e ne abbiamo parlato con tante altre persone, italiani e immigrati che conosciamo e a cui siamo legati. Abbiamo lanciato ad ottobre la proposta di seguire l'esempio d'oltralpe e tramite la rete hanno aderito in tanti e si sono costituiti dei gruppi locali per promuovere quella che anche noi abbiamo immaginato come una giornata senza il lavoro migrante». Stefania è una delle promotrici del movimento "primomarzo2010", è consapevole di aver lanciato una forte provocazione e prova a spiegarne le ragioni: «Non pensiamo di fermare il Paese ma semplicemente provare a far capire l'importanza e il ruolo della presenza migrante in Italia, partendo dal presupposto che non vogliamo "aiutare gli immigrati" ma che in questo contesto di leggi razziali dobbiamo lottare insieme per difendere i diritti di tutti e tutte, oggi messi a rischio. Viviamo in un contesto di inesorabile e giusto passaggio al meticciato, le seconde generazioni in gran parte d'Italia rappresentano il presente ma esiste una discriminazione di base da affrontare. Sappiamo che lo sciopero è difficile da organizzare, che forse, se i sindacati non lo indicono, potremmo fare uno sciopero della fame o una astensione dai consumi, o inventarci altro, ma il primo marzo vogliamo uscire fuori. Anche la data è importante, se cresce anche in Francia comincia ad assumere dimensione europea e non vogliamo rinunciarci». Stefania è molto netta su un punto: questo movimento può crescere, costruire un percorso, porsi obbiettivi, ma non deve essere sovradeterminato da partiti o da altri soggetti. Sì al dialogo e al lavoro comune, no a tentativi egemonici. Il movimento primomarzo, dopo i fatti di Rosarno ha avuto una grande visibilità mediatica, aumentano di giorno in giorno contatti e adesioni, ma è possibile che riesca via web a dare vita a iniziative concrete? Domenica 17 marzo, a Milano ci sarà la prima uscita pubblica con la presentazione del lavoro sinora svolto e non mancano considerazioni da parte dell'arcipelago delle associazioni di migranti e antirazziste. che chiedono di mobilitarsi avendo obbiettivi più definiti - la legge Bossi Fini, il pacchetto sicurezza, il razzismo istituzionale - e di lavorare rapidamente per costruire dal basso, con i lavoratori e le lavoratrici migranti, questo percorso. Alcuni coordinamenti territoriali si stanno riunendo in questi giorni per decidere il da farsi, la stessa Fiom ne discuterà il 21 gennaio e il tema verrà sicuramente posto il 24 gennaio nell'assemblea convocata a Roma, dalla rete nata dalla manifestazione che si è svolta il 17 ottobre scorso. Aboubakar Soumhoro, responsabile nazionale immigrazione delle Rdb: «Uno sciopero non può nascere dal web e non può essere solo uno slogan da agitare. Chi lavorava a Rosarno o nelle campagne del sud non ha modo di navigare in internet né di essere protagonista di un processo del genere. Gli ingredienti per arrivare ad uno sciopero ci sono ma questo va costruito realmente, insieme, italiani e migranti per dare voce ai veri invisibili che oggi non hanno di che campare. Va quindi organizzato se no è solo una inutile sparata sulla nostra pelle ma non può essere rimandato all'infinito. Le difficoltà che i sindacati confederali evidenziano non debbono divenire un ricatto».


12 gennaio 2010 - City

Antirazzisti manifestano per Rosarno

Bologna - Una cinquantina di persone, per la maggior parte italiani, hanno manifestato ieri pomeriggio in centro per esprimere solidarietà agli immigrati di Rosarno dopo i disordini scoppiati nei giorni scorsi. Al presidio, organizzato in piazza Nettuno dalle associazioni "3 febbraio", "Socialismo rivoluzionario" e dai comitati antirazzisti cittadini, erano presenti anche alcuni esponenti delle rappresentanze sindacali di base. Al centro del presidio uno striscione con scritto: "Solidarietà con i fratelli di Rosarno contro il razzismo". E da domani, in Piazza Puntoni, sorgerà fino al 20 gennaio una "tenda della solidarietà umana", sia per "la libertà in Iran" che per la "dignità dei fratelli immigrati".


12 gennaio 2010 - Il Manifesto

LAVORO Ma la Cgil non c'è e pensa invece a uno sciopero generale
Primo marzo italiano, un giorno senza migranti
di Sara Farolfi

ROMA - «Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo?». La giornata senza immigrati arriva anche in Italia, buttata lì da Emma Bonino, concretamente lanciata da quattro donne (di cui tre immigrate) e portata alla ribalta, «nostro malgrado» dicono loro, dai fatti di Rosarno. Astensione dal lavoro per chi potrà permetterselo, sciopero dei consumi come alternativa, «20 mila contatti su facebook non sono una stima realistica, lo sappiamo», dicono le organizzatrici, «ma accanto allo sciopero ci sono molte forme di partecipazione, e quindi il primo marzo potrà anche non fermarsi il paese, l'importante sarà che arrivi un segnale». Soprattutto dopo Rosarno.
La giornata senza migranti scompiglia ulteriormente le carte in una Cgil già presa dal dibattito congressuale. Nessuna decisione è ancora stata presa. Contatti (finora telefonici) tra il sindacato e il comitato promotore della giornata sono in corso. «Noi speriamo che i sindacati aderiscano, lasciare che un'iniziativa così si frantumi sarebbe un'occasione persa», dice Stefania Ragusa, una delle promotrici, «ma se il sindacato non ci sarà non sarà la fine del mondo, il nostro obiettivo è quello di mandare un segnale forte e chiaro per fare capire quanto sono importanti i migranti nella nostra società».
Il maggiore sindacato italiano, la Cgil, con ogni probabilità non ci sarà. Imbarazzi e timidezze della prima ora assumono sempre più la forma di un'alternativa: uno sciopero generale - e il periodo, tra elezioni e congresso Cgil, sarebbe sempre quello - in cui assorbire anche le tematiche del lavoro migrante. Sui fatti di Rosarno ieri il segretario dell'organizzazione, Guglielmo Epifani, ha tenuto una conferenza stampa. Lo ha fatto per proporre un'agenzia pubblica che, in collegamento con sindacati e enti locali, organizzi e governi l'utilizzo della manodopera e anche per lanciare una serie di manifestazioni sindacali contro il razzismo. L'11 febbraio (a Firenze, per l'anniversario dell'uscita dal carcere di Nelson Mandela) e il 20 marzo (in occasione della giornata mondiale contro il razzismo). Neppure un accenno al primo marzo.
L'argomento è delicato e la discussione per nulla univoca. Morena Piccinini, segretaria confederale con delega all'immigrazione, spiega: «Se per sciopero intendiamo l'astensione dal lavoro, organizzare quella dei soli migranti è un errore, anche dopo Rosarno, un errore strategico e politico. Dobbiamo pensare a come unificare le lotte e mobilitare l'intero mondo del lavoro sui diritti dei migranti». In Cgil si discute (da tempo) di uno sciopero generale - «comprensivo di tutte queste tematiche» dice Piccinini - ma le reticenze, con la mannaia del congresso alle porte, seguitano a essere molte.
Il dibattito è comunque articolato. Gianni Rinaldini, segretario dei metalmeccanici Cgil, è convinto che il punto non è quello di dichiararsi pro o contro la giornata senza migranti: «C'è bisogno di un'interlocuzione è evidente, il problema esiste e dunque il confronto va costruito». Così del resto ha fatto la Fiom, continuando a partecipare ai tavoli della rete costituitasi all'indomani della manifestazione antirazzista del 17 ottobre (tra i cui promotori c'era anche la Cgil). Nel report dell'incontro del 13 dicembre si propone espressamente «di lanciare una giornata di mobilitazione nazionale per il primo marzo 2010, in concomitanza con lo sciopero dei migranti in Francia». Tra i firmatari, che si ritroveranno a Roma il 24 gennaio per una nuova assemblea, c'è anche il coordinamento nazionale migranti della Fiom, oltre ai sindacati di base, e diverse associazioni, coordinamenti e comitati. Sveva Haerter (coordinamento migranti Fiom) dice: «Discuteremo nei prossimi giorni di come stare dentro a un percorso di movimento che dopo Rosarno assume una valenza ancora maggiore».
Chi parla di uno «sciopero indispensabile» è invece Aboubakar Soumahoro, responsabile immigrazione delle Rdb. Abou, come lo chiamano gli amici, ha parlato sul palco della manifestazione antirazzista lo scorso 17 ottobre e quella piazza non se la dimenticherà mai. Oggi è convinto più che mai che le premesse di uno sciopero ci sono tutte, «e non si tratta solo del colore della pelle, ma di una condizione lavorativa di sfruttamento, solitudine e miseria». Perciò lo sciopero va fatto, «si chiama sciopero dei migranti ma noi in piazza ci vogliamo portare tutti, senza dimenticare però che, una volta espulsi dalle fabbriche, per i lavoratori migranti c'è in gioco il permesso di soggiorno, la condizione di "clandestinità"...». Ad Abou non importa un bel nulla del web, la maggior parte delle persone di cui si occupa non ha neppure un pc: «Non è questione di slogan - conclude - sto ai tempi e alla realtà e questa mi dice che il primo marzo dobbiamo esserci».


11 gennaio 2010 - Agi

ROSARNO: BOLOGNA, PRESIDIO SOLIDARIETA' AGLI IMMIGRATI

(AGI)- Bologna, 11 gen. - Una cinquantina di persone, per la maggior parte italiani, hanno manifestato nel pomeriggio a Bologna per esprimere solidarietà agli immigrati di Rosarno dopo i disordini scoppiati nei giorni scorsi. Al presidio, organizzato in piazza Nettuno nel pieno centro città, erano presenti anche alcuni esponenti delle rappresentanze sindacali di base. Al centro del presidio uno striscione con scritto: "Solidarietà con i fratelli di Rosarno contro il razzismo".


10 gennaio 2010 - Julie news

E' l'accusa del sindacato RDB
Maroni difende il Viminale con i manganelli

ROMA - Centinaia di manifestanti hanno tentato di raggiungere il Ministero degli Interni a Roma per far sentire al ministro in carica il forte dissenso con le sue inaccettabili dichiarazioni su ciò che sta accadendo a Rosarno. Nemmeno una parola sulla caccia all’uomo scatenata nei confronti dei migranti, degli assalti a colpi di fucile, dello sfruttamento di migliaia di stagionali da vent’anni impiegati alla giornata con paghe di fame, costretti a rintanarsi in ricoveri fatiscenti, vessati da un’organizzazione malavitosa che nessun governo si è mai sognato di contrastare. Maroni preferisce buttarla sull’eccessiva tolleranza nei confronti di chi arriva nel nostro paese per necessità. Come dire che fanno bene coloro che perseguitano gli immigrati - che a causa della loro condizione di irregolari lavorano accettando spesso salari inadeguati e forme di sfruttamento insostenibili -soprattutto quando si mobilitano per difendere diritti e dignità. L’ingente schieramento di forze dell’ordine non ha impedito però che la giusta rabbia dei romani e dei migranti confluiti in piazza Esquilino tentasse di arrivare fin sotto il Viminale, dove ben due violente cariche hanno cercato di disperdere i manifestanti. Una volta ricomposto, il corteo ha ripiegato verso piazza Vittorio. E’ chiaro che il comportamento nella gestione dell’ordine pubblico fa il paio con le affermazioni del ministro Maroni e va inquadrato nella cornice più generale dove è il governo stesso ad alimentare razzismo e negazione del diritto ad un’esistenza degna questo nome. Nello stesso senso vanno interpretate le indicazioni inviate ai presidi dalla Gelmini, unico esempio in tutt’Europa, di limitare ad un tetto del 30% la presenza di studenti immigrati in ogni classe. La necessità di porre un argine allo sfruttamento indiscriminato degli immigrati e di rilanciare l’iniziativa contro il pacchetto sicurezza deve mettere in connessione i lavoratori e i precari migranti con le lotte dei cittadini e delle cittadine italiani/e. Il ministro degli interni deve comprendere che il fronte è più largo di quanto crede, come dimostrano le lotte dei lavoratori della FIAT, dell’ISPRA, dell’Alcoa, dell’Eutelia solo per citarne alcune e che la crisi e il disagio sociale non si governano con i manganelli, con le deportazioni o fomentando odio razziale. Le Rdb ritengono la resistenza messa in campo a Rosarno frutto inevitabile di una condizione di vista bestiale, di un sistema che impedendo ai lavoratori immigrati la possibilità di acquisire regolarizzazione e permessi di soggiorno li getta nelle mani di speculatori malavitosi senza scrupoli. Sta a noi coniugare questi episodi, con le lotte di tutti coloro che oggi sono impegnati nella difesa dei propri diritti , con le lotte dei precari e di chi un lavoro non ce l’ha ed è costretto ad accettare pesanti condizioni per garantirsi un minimo di salario, condizioni che assumono le forme della schiavitù come a Rosarno e che producono le reazioni che abbiamo visto.


9 gennaio 2010 - Il Manifesto

I RIBELLI · Nei campi gli espulsi dal lavoro
Da nord verso il sud, gli stagionali della crisi
di Cinzia Gubbini

Sono gli ultimi arrivati, quelli che ancora non parlano bene italiano, quelli che intanto trovano lavoro usando le braccia. Sono i richiedenti asilo, quelli che hanno in tasca un documento che li salva dalle espulsioni ma che gli impedisce di lavorare. Sono quelli più fragili, perché non riescono a trovare un inserimento lavorativo di livello maggiore.
Da quindici anni nelle campagne italiane (non solo quelle del sud) il raccolto passa per le mani dei migranti, principalmente africani ed est europei, vittime di condizioni paraschiavistiche del lavoro. Ultimamente il numero si è un po' ingrossato: a raccogliere pomodori, agrumi, olive, fragole e mele ci sono anche gli espulsi dalle fabbriche, il prodotto della crisi. Nei campi di Puglia, Campania, Sicilia e Basilicata si sente parlare bergamasco e trevigiano.
Ma il numero dei cosiddetti «stagionali» - si stima in 50-70 mila lavoratori, per quanto sia impossibile circoscrivere con esattezza il fenomeno - non supera di certo quello degli operai o delle badanti con passaporto straniero. Rimane un fenomeno minoritario, e marginale per le condizioni di vita e di lavoro. La caratteristica degli stagionali è la migrazione nella migrazione: dalla Sicilia, alla Puglia, alla Campania, su fino al Trentino a spostarsi spesso sono le stesse persone. La Capitanata, la Piana del Sele, il siracusano si riempiono e si svuotano come crescono e muoiono le piante. «È un numero programmabile - sottolinea Piero Soldini, responsabile immigrazione della Cgil - si sa quante persone arrivano ogni anno nei vari distretti, la falla sta in un sistema di accoglienza inesistente». Nella volontà, in parole povere, da parte dei governi nazionale e locali di ignorare il fenomeno e di pensare che il bracciantato possa vivere nei cartoni o negli edifici dismessi senza fare rumore. Ad accendere la miccia, secondo Soldini, «c'è senza dubbio un clima razzista che scatena la guerra fra poveri».
Ma di fatto rimane il nocciolo della questione: il lavoro nelle campagne è per «elezione» sommerso e al nero. Tra le persone con la schiena piegata sui campi per dodici ore al giorno, c'è anche chi un permesso di soggiorno ce l'ha ma non otterrà mai un contratto di lavoro regolare. E su questo punto nemmeno il governo della «tolleranza zero» è capace di mettere soluzione sul tavolo. «Persone che ieri erano nelle fabbriche oggi vanno a raccogliere perché almeno possono guadagnare quel che basta per mangiare», dice Aboubakhar Soumahoro, responsabile immigrazione delle Rdb, che ricorda i numeri: nel 2009 la crisi economica ha aumentato la disoccupazione tra gli italiani dello 0,6%, tra gli immigrati del 2,2%. «Solo che per uno straniero - insiste Soumahoro - non esistono nemmeno quei minimi ammortizzatori sociali che permettano a un lavoratore di rimanere a galla». Il ritorno alla campagna - o la campagna come prima occupazione in Italia - è il simbolo dell'esclusione: da uno status sociale e lavorativo che si è perso o da uno che si deve ancora conquistare. I supersfruttati delle campagne sono alla mercè del caporale e della polizia che viene chiamata puntualmente a fine raccolto, e che con gli sgomberi porta via anche le ultime paghe. Contemporaneamente lo strumento legale per l'ingresso dei lavoratori immigrati, il decreto flussi, continua a centellinare i posti in agricoltura: 80 mila nel 2009, di cui 5.500 per la Calabria. Probabilmente non sarebbe quello il principale strumento usato dai moderni latifondisti e mezzadri, ma almeno ci sarebbe meno ipocrisia.
Per i sindacati e le associazioni la strada rimane una: quella di utilizzare l'articolo 18 - la possibilità per la persona sfruttata di ottenere un permesso di soggiorno se denuncia il suo sfruttatore, e finora usato solo con le prostitute - anche nelle fabbriche e nei campi. Lo aveva promesso il governo di centrosinistra, deludendo le aspettative. Le proposte di legge che giacciono in parlamento rimarranno lettera morta. Per l'attuale sistema che governa l'agricoltura (che in Italia rappresenta il 15% del Pil, compreso servizi e distribuzione) il sommerso è una ricchezza. Per i lavoratori il campo è soltanto garanzia di esclusione. Cinzia Gubbini
Sono gli ultimi arrivati, quelli che ancora non parlano bene italiano, quelli che intanto trovano lavoro usando le braccia. Sono i richiedenti asilo, quelli che hanno in tasca un documento che li salva dalle espulsioni ma che gli impedisce di lavorare. Sono quelli più fragili, perché non riescono a trovare un inserimento lavorativo di livello maggiore.
Da quindici anni nelle campagne italiane (non solo quelle del sud) il raccolto passa per le mani dei migranti, principalmente africani ed est europei, vittime di condizioni paraschiavistiche del lavoro. Ultimamente il numero si è un po' ingrossato: a raccogliere pomodori, agrumi, olive, fragole e mele ci sono anche gli espulsi dalle fabbriche, il prodotto della crisi. Nei campi di Puglia, Campania, Sicilia e Basilicata si sente parlare bergamasco e trevigiano.
Ma il numero dei cosiddetti «stagionali» - si stima in 50-70 mila lavoratori, per quanto sia impossibile circoscrivere con esattezza il fenomeno - non supera di certo quello degli operai o delle badanti con passaporto straniero. Rimane un fenomeno minoritario, e marginale per le condizioni di vita e di lavoro. La caratteristica degli stagionali è la migrazione nella migrazione: dalla Sicilia, alla Puglia, alla Campania, su fino al Trentino a spostarsi spesso sono le stesse persone. La Capitanata, la Piana del Sele, il siracusano si riempiono e si svuotano come crescono e muoiono le piante. «È un numero programmabile - sottolinea Piero Soldini, responsabile immigrazione della Cgil - si sa quante persone arrivano ogni anno nei vari distretti, la falla sta in un sistema di accoglienza inesistente». Nella volontà, in parole povere, da parte dei governi nazionale e locali di ignorare il fenomeno e di pensare che il bracciantato possa vivere nei cartoni o negli edifici dismessi senza fare rumore. Ad accendere la miccia, secondo Soldini, «c'è senza dubbio un clima razzista che scatena la guerra fra poveri».
Ma di fatto rimane il nocciolo della questione: il lavoro nelle campagne è per «elezione» sommerso e al nero. Tra le persone con la schiena piegata sui campi per dodici ore al giorno, c'è anche chi un permesso di soggiorno ce l'ha ma non otterrà mai un contratto di lavoro regolare. E su questo punto nemmeno il governo della «tolleranza zero» è capace di mettere soluzione sul tavolo. «Persone che ieri erano nelle fabbriche oggi vanno a raccogliere perché almeno possono guadagnare quel che basta per mangiare», dice Aboubakhar Soumahoro, responsabile immigrazione delle Rdb, che ricorda i numeri: nel 2009 la crisi economica ha aumentato la disoccupazione tra gli italiani dello 0,6%, tra gli immigrati del 2,2%. «Solo che per uno straniero - insiste Soumahoro - non esistono nemmeno quei minimi ammortizzatori sociali che permettano a un lavoratore di rimanere a galla». Il ritorno alla campagna - o la campagna come prima occupazione in Italia - è il simbolo dell'esclusione: da uno status sociale e lavorativo che si è perso o da uno che si deve ancora conquistare. I supersfruttati delle campagne sono alla mercè del caporale e della polizia che viene chiamata puntualmente a fine raccolto, e che con gli sgomberi porta via anche le ultime paghe. Contemporaneamente lo strumento legale per l'ingresso dei lavoratori immigrati, il decreto flussi, continua a centellinare i posti in agricoltura: 80 mila nel 2009, di cui 5.500 per la Calabria. Probabilmente non sarebbe quello il principale strumento usato dai moderni latifondisti e mezzadri, ma almeno ci sarebbe meno ipocrisia.
Per i sindacati e le associazioni la strada rimane una: quella di utilizzare l'articolo 18 - la possibilità per la persona sfruttata di ottenere un permesso di soggiorno se denuncia il suo sfruttatore, e finora usato solo con le prostitute - anche nelle fabbriche e nei campi. Lo aveva promesso il governo di centrosinistra, deludendo le aspettative. Le proposte di legge che giacciono in parlamento rimarranno lettera morta. Per l'attuale sistema che governa l'agricoltura (che in Italia rappresenta il 15% del Pil, compreso servizi e distribuzione) il sommerso è una ricchezza. Per i lavoratori il campo è soltanto garanzia di esclusione.


8 gennaio 2010 - Adnkronos

IMMIGRATI: RDB, I FATTI DI ROSARNO FRUTTO DI CONDIZIONE SCHIAVISTA

Roma, 8 gen.(Adnkronos) - «I fatti di Rosarno sono soprattutto frutto di una condizione lavorativa schiavista, nella quale i lavoratori immigrati sono costretti a subire ogni tipo di umiliazione e vessazione». È Aboubakar Soumahoro, responsabile Nazionale Immigrazione del sindacato RdB a commentare la 'rivoltà nella cittadina calabrese. «L'introduzione del pacchetto sicurezza col reato di clandestinità e il contratto di soggiorno con la legge Bossi-Fini sono due facce della stessa medaglia che hanno, di fatto, alimentato e creato in alcuni casi una situazione di razzismo e odio sociale e lavorativo, e che tolgono ogni strumento di tutela sindacale e giuridica agli immigrati. Molti dei ragazzi, infatti, hanno richiesto asilo o sono stati licenziati per via della crisi in corso, e si ritrovano anche preda della criminalità organizzata e non». «La politica dell'essere cattivo con i clandestini, come sollecitato a suo tempo dal ministro dell'Interno, Maroni dimostra il fallimento legislativo e la mancanza della cultura dell'inclusione, del rispetto dei diritti e delle diversità».


8 gennaio 2010 - Ansa

ROSARNO: SOUMAHORO (RDB),FRUTTO DI UNA CONDIZIONE SCHIAVISTA

(ANSA) - ROMA, 8 GEN - «I fatti di Rosarno sono soprattutto frutto di una condizione lavorativa schiavista, nella quale i lavoratori immigrati sono costretti a subire ogni tipo di umiliazione e vessazione». Lo afferma Aboubakar Soumahoro, responsabile immigrazione del sindacato RdB. «L'introduzione del pacchetto sicurezza col reato di clandestinità e il contratto di soggiorno con la legge Bossi-Fini sono due facce della stessa medaglia che hanno, di fatto, alimentato e creato in alcuni casi una situazione di razzismo e odio sociale e lavorativo, e che tolgono ogni strumento di tutela sindacale e giuridica agli immigrati. Molti dei ragazzi sono infatti richiedenti asilo, lavoratori licenziati per via della crisi in corso, che si ritrovano anche preda della criminalità organizzata e non». «La politica dell'essere cattivo con i clandestini, come sollecitato a suo tempo dal ministro dell'Interno Maroni - conclude il responsabile RdB - dimostra il fallimento legislativo e la mancanza della cultura dell'inclusione, del rispetto dei diritti e delle diversità».


8 gennaio 2010 - Iris

ROSARNO: SOUMAHORO (RDB), E’ IL FRUTTO DI UNA CONDIZIONE SCHIAVISTA

(IRIS) - ROMA, 8 GEN - "I fatti di Rosarno sono soprattutto frutto di una condizione lavorativa schiavista, nella quale i lavoratori immigrati sono costretti a subire ogni tipo di umiliazione e vessazione", afferma Aboubakar Soumahoro, responsabile Nazionale Immigrazione del sindacato RdB. Continua Soumahoro: "L’introduzione del pacchetto sicurezza col reato di clandestinità e il contratto di soggiorno con la legge Bossi-Fini sono due facce della stessa medaglia che hanno, di fatto, alimentato e creato in alcuni casi una situazione di razzismo e odio sociale e lavorativo, e che tolgono ogni strumento di tutela sindacale e giuridica agli immigrati". "Molti dei ragazzi sono infatti richiedenti asilo, lavoratori licenziati per via della crisi in corso, che si ritrovano anche preda della criminalità organizzata e non". "La politica dell’essere cattivo con i clandestini, come sollecitato a suo tempo dal Ministro dell’Interno Maroni – conclude il responsabile RdB – dimostra il fallimento legislativo e la mancanza della cultura dell’inclusione, del rispetto dei diritti e delle diversità".


 

Luciano Vasta
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